Lo sapevate che OpenAI, l’azienda che ha acceso la rivoluzione AI, nel 2026 prevede una perdita netta di circa 14 miliardi di dollari?
I ricavi attesi sono circa 13 miliardi. La spesa, però, sfiora i 22 miliardi. Secondo le proiezioni interne dell’azienda viste dal Wall Street Journal, il consumo di liquidità toccherà il punto più alto nel 2028, con circa 85 miliardi di dollari bruciati in un solo anno, prima di un atteso ritorno alla profittabilità nel 2030.
Anthropic, il suo principale rivale, cresce più in fretta: i ricavi annualizzati sono passati da circa 9 miliardi di dollari a fine 2025 a circa 30 miliardi ad aprile 2026. Il suo consumo di liquidità resta però molto più contenuto di quello di OpenAI in proporzione ai ricavi, e l’azienda prevede di raggiungere un flusso di cassa positivo già entro il 2028 — due anni prima del rivale.
Due tra le aziende più celebrate della storia recente della tecnologia. Milioni di utenti. Titoli di giornale ogni settimana.
E, dietro le quinte, miliardi di dollari che continuano a uscire più velocemente di quanti ne entrino.
Com’è possibile che tutto questo regga in piedi?
La risposta sta in una sola parola: promessa. La promessa di un boom futuro abbastanza grande da giustificare, oggi, numeri come questi.
Ma negli ultimi giorni, quella promessa ha iniziato a essere messa in discussione. Non da uno scettico qualunque. Dalle istituzioni finanziarie più autorevoli al mondo.
Il primo segnale
Il primo a muoversi è un nome che il grande pubblico conosce poco, ma che i mercati temono: Fitch Ratings, una delle tre agenzie di rating più potenti al mondo.
Nel suo ultimo rapporto sui rischi globali, Fitch scrive una frase che pesa più di mille titoli di giornale: il boom dell’intelligenza artificiale, insieme al rischio di una brusca correzione dei mercati, è ormai uno dei principali pericoli per il credito globale.
Non un rischio tecnologico.
Un rischio finanziario. Globale.
Secondo l’agenzia, l’enorme quantità di capitali confluiti nell’IA ha reso l’intero sistema molto più fragile a un eventuale ridimensionamento delle aspettative. Se gli investimenti non producessero i ritorni sperati, le conseguenze potrebbero non fermarsi al settore tecnologico.
Ma Fitch, si scoprirà, non è la sola a pensarlo.
Poi arriva un secondo nome. E un terzo.
Pochi giorni dopo, un’altra voce si aggiunge — questa volta dal cuore stesso della sorveglianza finanziaria globale.
John Schindler, segretario generale del Financial Stability Board, l’organismo che coordina le banche centrali di tutto il mondo, dice a Politico una cosa che in pochi si aspettavano di sentire con questa chiarezza: la finanza globale potrebbe trovarsi dentro una bolla di sopravvalutazione dell’intelligenza artificiale. Paragonabile, dice, sia alle dot-com di inizio anni 2000 sia agli anni che precedettero il crollo del 2008.
Due precedenti, non uno. E non è ancora finita.
Perché a quel punto entra in scena anche la Bank for International Settlements — la banca che coordina le altre banche centrali del pianeta. Nel suo ultimo Rapporto Economico Annuale, la BIS indica la sostenibilità del boom dell’IA come uno dei quattro principali rischi per l’intera economia globale. Il meccanismo che descrive è preciso: se le banche centrali dovessero alzare i tassi per contenere l’inflazione, i prezzi degli asset legati all’IA — gonfiati da un lungo periodo di rischio eccessivo — potrebbero correggersi bruscamente. E innescare una reazione a catena.
Tre istituzioni. Tre allarmi indipendenti. Nello stesso momento.
Quanto denaro stiamo parlando, esattamente?
Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft — da sole — stanno aumentando la spesa per infrastrutture IA a ritmi che non hanno precedenti nella storia recente dei mercati.
Secondo Fitch, solo quest’anno questi quattro nomi potrebbero investire oltre 700 miliardi di dollari. Le emissioni obbligazionarie delle aziende legate all’IA hanno intanto raggiunto livelli record.
Per ora, questa spesa ha sostenuto la crescita economica e alimentato l’entusiasmo dei mercati.
Ma c’è un dettaglio che nessuno, finora, è riuscito a chiarire con certezza: quando questi investimenti — e le perdite di OpenAI e Anthropic viste all’inizio — si trasformeranno davvero in profitti sufficienti a giustificarli.
L’eccezione che nessuno si aspettava
Se pensate che tutte le aziende dell’intelligenza artificiale affondino nei debiti, c’è un’eccezione clamorosa.
Nell’ultimo trimestre riportato, Nvidia ha registrato un utile netto di 43 miliardi di dollari — un margine di profitto netto vicino al 63%. Non è una previsione per il 2030. È un utile reale, già incassato oggi.
La differenza è semplice quanto significativa: Nvidia non scommette su quale azienda vincerà la corsa all’intelligenza artificiale. Vende i chip a tutte — a chi vincerà, e a chi eventualmente uscirà di scena. È, finora, l’unica a guadagnare indipendentemente dall’esito della scommessa che tutti gli altri stanno ancora pagando.
Tenete a mente questo dettaglio. Perché è la chiave di tutto quello che segue.
Un déjà vu che fa paura
Sempre più osservatori evocano lo stesso paragone: la bolla delle dot-com dei primi anni 2000.
Anche allora gli investitori erano convinti che Internet avrebbe cambiato il mondo. Avevano ragione.
Ma molte delle aziende che promettevano quella rivoluzione fallirono comunque — non perché la tecnologia fosse sbagliata, ma perché il mercato aveva sopravvalutato la velocità con cui sarebbero arrivati i guadagni.
Oggi il dubbio non riguarda l’utilità dell’intelligenza artificiale. Riguarda il prezzo che i mercati stanno pagando oggi per risultati che, come abbiamo appena visto, potrebbero richiedere ancora anni per concretizzarsi.
Il dato che gli analisti di mercato non avevano ancora visto
Lo sapevate che, secondo uno studio del MIT, il 95% delle aziende che hanno investito nell’intelligenza artificiale generativa non ha ancora visto un impatto misurabile sui propri profitti?
Il progetto NANDA del MIT ha analizzato oltre 300 iniziative aziendali, intervistato 52 organizzazioni e raccolto le risposte di 153 dirigenti senior. Il risultato: solo il 5% delle aziende riesce oggi a estrarne un valore economico concreto.
Un divario che gli stessi autori hanno chiamato “GenAI Divide” — la voragine dell’IA generativa. È un dato preliminare, non ancora sottoposto a revisione paritaria. Ma è già tra i più citati nel dibattito in corso.
Il dettaglio che cambia la portata del rischio
Un’analisi del Vanderbilt Policy Accelerator, firmata dal ricercatore Asad Ramzanali, si spinge oltre il semplice confronto con le dot-com.
Secondo lo studio, il finanziamento del boom dell’IA poggia su meccanismi poco trasparenti: partecipazioni incrociate fra le stesse grandi aziende tecnologiche, e debito tenuto fuori bilancio.
La conclusione dello studio è quella che pesa di più: se questo sistema dovesse incrinarsi, la correzione non somiglierebbe al rallentamento contenuto delle dot-com del 2001.
Somiglierebbe piuttosto a qualcosa di sistemico. Come il 2008.
Perché, a questo punto, la cosa riguarda tutti
Le Big Tech non stanno solo scommettendo il proprio denaro.
Stanno finanziando gran parte dell’infrastruttura mondiale dell’intelligenza artificiale: data center, semiconduttori, reti elettriche, servizi digitali su cui si appoggia mezzo pianeta.
Se il mercato iniziasse a frenare quegli investimenti, l’intero ecosistema dell’IA potrebbe rallentare con esso.
E secondo alcuni esperti, la forte concentrazione di questi capitali in poche grandi aziende potrebbe amplificare gli effetti di un’eventuale correzione — con ripercussioni ben oltre i mercati finanziari, fino all’economia reale.
Quindi: è davvero una bolla?
Nessuno dei tre allarmi — Fitch, FSB, BIS — dice che l’intelligenza artificiale sia inutile. Nessuno dei due studi accademici dice che la tecnologia non funzioni.
La scoperta è un’altra: che il prezzo pagato oggi, e la fiducia con cui è stato pagato, potrebbero aver corso più veloci dei risultati reali — con un’unica, vistosa eccezione, quella che vende le pale d’oro invece di scavare la miniera.
Molte società di investimento continuano a considerare l’IA una delle tecnologie con il maggiore potenziale di crescita nel lungo periodo — ma iniziano a invitare gli investitori a mantenere aspettative più realistiche, e portafogli più diversificati.
Il messaggio che arriva oggi dai mercati è diverso da quello di pochi mesi fa. L’entusiasmo, da solo, non basta più.
Dopo aver scommesso centinaia di miliardi di dollari, gli investitori vogliono finalmente una sola cosa: una risposta concreta.
La rivoluzione tecnologica è già iniziata. La vera domanda, quella che resta ancora senza risposta, è se riuscirà a diventare anche una rivoluzione economica — prima che qualcuno smetta di aspettare.
Fonti
- Reuters – Fitch warns AI market correction emerging as major global credit risk (28 luglio 2026)
- Politico – Financial Stability Board: dichiarazioni del segretario generale John Schindler sul rischio bolla IA
- Fortune – Bank for International Settlements, Annual Economic Report 2026
- Fitch Ratings – Global Risk Outlook, Q3 2026 (citato da Reuters)
- MIT NANDA – “The GenAI Divide: State of AI in Business 2025” (luglio 2025)
- Asad Ramzanali – “After the AI Crash”, Vanderbilt Policy Accelerator / SSRN (marzo 2026)
- Wall Street Journal (via Sherwood News, aprile 2026) e Yahoo Finance – proiezioni finanziarie interne di OpenAI e Anthropic






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