Quasi vent’anni dopo l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia, Amanda Knox torna a raccontare pubblicamente quella storia. Questa volta lo fa su un palco, all’Edinburgh Festival Fringe, con uno spettacolo inserito nella categoria comedy. Una scelta che ha provocato proteste e una petizione per chiederne la cancellazione. Ma Cartwheel, a giudicare da ciò che sta emergendo dalle prime recensioni, è molto diverso da quello che la parola “comedy” potrebbe far immaginare.
«Benvenuti allo spettacolo più controverso del Fringe».
Amanda Knox apre così Cartwheel, il suo debutto all’Edinburgh Festival Fringe. Difficile darle torto.

Prima ancora che il pubblico potesse vedere lo spettacolo, migliaia di persone avevano già firmato una petizione per chiederne la cancellazione. Anche Stephanie Kercher, sorella di Meredith, aveva espresso pubblicamente la propria contrarietà.
Al centro della polemica c’è una domanda inevitabile: può una vicenda legata a un omicidio diventare materiale per uno spettacolo classificato come comedy? La risposta, almeno osservando ciò che Knox porta realmente sul palco, è più complessa di quanto possa sembrare.
Non è esattamente uno spettacolo comico
Il titolo è Cartwheel, letteralmente “ruota”. È un riferimento a uno degli episodi più famosi e controversi dei primi giorni dell’indagine sull’omicidio di Meredith Kercher: il comportamento di Amanda Knox in questura, dove venne descritta mentre faceva esercizi e movimenti ginnici.
Un dettaglio apparentemente insignificante che contribuì però alla costruzione dell’immagine pubblica della giovane americana. Oggi Knox riprende proprio quella parola e la trasforma nel titolo dello spettacolo con cui cerca di raccontare la propria versione della storia.
Ma Cartwheel non è una tradizionale ora di stand-up comedy. Il Guardian, che ha recensito lo spettacolo dopo il debutto, arriva a osservare che la stessa classificazione come “comedy” potrebbe essere stata un errore: rischia di apparire insensibile e, soprattutto, non descrive accuratamente ciò che avviene sul palco.
Ci sono battute e momenti ironici, ma il centro dello spettacolo è autobiografico. Knox racconta la prigione, il processo, la trasformazione in un personaggio conosciuto in tutto il mondo e le conseguenze psicologiche di quella notorietà. E lo fa partendo soprattutto da qualcosa che nel 2007 non esisteva ancora. Sua figlia.
La domanda da cui parte tutto: cosa racconterò a mia figlia?
Amanda Knox oggi ha 39 anni ed è madre. Durante lo spettacolo piega vestiti per bambini mentre interagisce con la voce della figlia di quattro anni.
La domanda che attraversa Cartwheel è semplice quanto difficile: come raccontare ai propri figli ciò che è accaduto? Come spiegare che a vent’anni la loro madre venne accusata dell’omicidio della propria coinquilina? Che fu condannata? Che trascorse anni in carcere? E che il suo nome diventò conosciuto in tutto il mondo?
Knox prova persino a trasformare alcuni momenti della propria storia in qualcosa che potrebbe essere raccontato a un bambino. Ma la maternità diventa soprattutto il modo attraverso cui rilegge quello che le è accaduto.
Secondo la recensione del Guardian, diventare madre avrebbe reso ancora più forte la rabbia di Knox per il trattamento ricevuto e per l’idea che sua figlia possa un giorno essere giudicata per il proprio comportamento nello stesso modo in cui lei ritiene di essere stata giudicata.
Cartwheel, quindi, parla certamente del caso di Perugia. Ma parla anche di cosa significhi continuare a vivere quando la propria identità pubblica rimane legata per sempre a una tragedia.
La protesta della famiglia Kercher
Ed è proprio qui che le due prospettive diventano difficili da conciliare. Per Amanda Knox questa è la storia della propria vita. Per la famiglia Kercher, al centro di quella storia rimane però Meredith. Una ragazza di 21 anni assassinata mentre si trovava in Italia per studiare.
Stephanie Kercher ha appoggiato pubblicamente la richiesta di cancellare lo spettacolo, contestando in particolare l’idea che una vicenda legata all’omicidio e alla violenza subita dalla sorella potesse essere presentata all’interno di un programma di comedy.
Una petizione contro Cartwheel aveva già raccolto migliaia di firme prima del debutto. L’accusa rivolta allo spettacolo era pesante: trasformare la tragedia di Meredith in intrattenimento e rischiare di banalizzare la violenza contro le donne.
Gli organizzatori dell’Edinburgh Festival Fringe hanno però rifiutato di cancellarlo, richiamandosi alla tradizione del festival come spazio aperto anche a opere controverse.
Knox ha respinto ancora più nettamente le accuse. Secondo lei, chi chiedeva la cancellazione stava giudicando uno spettacolo senza averlo visto. E soprattutto Cartwheel, sostiene, non è uno spettacolo che scherza sull’assassinio di Meredith. È uno spettacolo sulla maternità, sulla paura e sulla propria esperienza.
Cosa dicono le prime recensioni
Su questo punto, almeno, la recensione del Guardian sembra darle ragione. Brian Logan descrive uno spettacolo nel quale l’umorismo esiste, ma non rappresenta l’elemento dominante.
Knox viene giudicata ancora inesperta come comica e le battute provocano talvolta più sorrisi amari che vere risate. Eppure il critico considera efficace il modo in cui riesce a strutturare e interpretare una storia raccontata ormai innumerevoli volte. Soprattutto, giudica lo spettacolo rispettoso nei confronti della memoria di Meredith Kercher.
È un elemento importante. Perché buona parte delle polemiche precedenti al debutto nasceva proprio dal timore opposto: che la morte della giovane britannica diventasse il materiale per uno spettacolo comico.
Quello che emerge dal palco sembra invece essere soprattutto il tentativo di Knox di riappropriarsi della propria storia. E per capire perché senta ancora questa necessità bisogna inevitabilmente tornare a Perugia.
Cosa accadde nel 2007
Meredith Kercher aveva 21 anni. Era una studentessa britannica arrivata a Perugia nell’ambito del programma Erasmus e condivideva un’abitazione in via della Pergola con altre ragazze, tra cui Amanda Knox.
Il 2 novembre 2007 Meredith venne trovata morta nella propria stanza. Era stata uccisa. L’indagine si concentrò rapidamente su Knox e sul suo fidanzato dell’epoca, Raffaele Sollecito.
Nel 2009 entrambi furono condannati in primo grado per l’omicidio: 26 anni di reclusione per Knox e 25 per Sollecito. Cominciò così una lunghissima vicenda giudiziaria fatta di condanne, assoluzioni e nuovi processi.
- Nel 2011 arrivò l’assoluzione in appello.
- Nel 2013 la Cassazione annullò quella decisione disponendo un nuovo processo.
- Nel 2014 Knox e Sollecito vennero nuovamente condannati.
- Il 27 marzo 2015 arrivò la decisione definitiva.
La Corte di Cassazione assolse Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’omicidio di Meredith Kercher. Per quell’omicidio è stato invece definitivamente condannato Rudy Guede.
Ma nel caso di Amanda Knox esiste un altro elemento giudiziario che spesso viene confuso con l’accusa di omicidio.
Amanda Knox è stata assolta dall’omicidio, ma resta la condanna per calunnia
Durante le prime fasi delle indagini Knox indicò Patrick Lumumba, proprietario del locale nel quale lavorava a Perugia, come responsabile dell’omicidio. Lumumba era innocente. Per quelle dichiarazioni Knox venne condannata per calunnia.
La vicenda è proseguita per anni anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e successivamente di nuovo nella giustizia italiana. La condanna per calunnia è stata infine confermata definitivamente.
La distinzione è quindi fondamentale: Amanda Knox non è stata condannata per l’omicidio di Meredith Kercher. È stata definitivamente assolta da quell’accusa. La condanna rimasta nei suoi confronti riguarda invece la falsa accusa rivolta a Patrick Lumumba.
Perché questa storia continua a dividere
Sono passati quasi vent’anni. Eppure Amanda Knox continua a essere uno di quei personaggi sui quali sembra impossibile raggiungere una percezione pubblica condivisa.
Il Guardian utilizza un’immagine particolarmente efficace: Knox sarebbe diventata una sorta di versione umana del famoso vestito che alcuni vedevano blu e nero e altri bianco e oro. La stessa persona viene osservata e interpretata in modi completamente diversi.
Per alcuni è soprattutto una donna ingiustamente condannata per un omicidio che non ha commesso e che ha trascorso anni cercando di ricostruire la propria vita. Per altri rimane inevitabilmente associata alle contraddizioni, agli errori e ai comportamenti dei primi giorni dell’indagine.
E poi esiste la prospettiva della famiglia Kercher. Perché mentre Amanda Knox può raccontare la propria storia attraverso libri, interviste, documentari e ora persino uno spettacolo teatrale, Meredith non può raccontare la sua.
A chi appartiene una storia?
È forse questa la domanda più interessante sollevata da Cartwheel. Amanda Knox ha il diritto di raccontare quello che le è successo? Certamente. Ma quella storia appartiene soltanto a lei? Qui la risposta diventa molto più difficile.
Per Knox salire sul palco significa provare a riprendere il controllo di un’identità che per quasi vent’anni è stata definita da procure, tribunali, giornali, televisioni e milioni di sconosciuti. Per chi contesta lo spettacolo, invece, è impossibile separare completamente quel racconto dalla ragazza la cui morte ha dato origine a tutto. Meredith Kercher.
Ed è probabilmente per questo che Cartwheel continua a provocare reazioni così forti. Amanda Knox è stata studentessa, imputata, detenuta, assolta, scrittrice, podcaster e personaggio televisivo. Ora sale su un palco.
Ma quasi vent’anni dopo quella notte di Perugia, basta pronunciare il suo nome perché la storia ricominci ancora una volta a dividere l’opinione pubblica.
Fonti
- The New York Times, 10 agosto 2026, articolo dedicato ad Amanda Knox e al debutto di Cartwheel all’Edinburgh Festival Fringe.
- The Guardian, 11 agosto 2026, recensione di Amanda Knox in Cartwheel, di Brian Logan.
- BBC News, approfondimento sullo spettacolo di Amanda Knox e sulle polemiche legate al caso Meredith Kercher.
- The Guardian, 7 agosto 2026, sulla petizione per la cancellazione dello spettacolo, la posizione della famiglia Kercher e la risposta dell’Edinburgh Festival Fringe.
- Corte di Cassazione, sentenza del 27 marzo 2015 sulla posizione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito.





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