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Per secoli è rimasta nascosta. Nessuno poteva vederla.

Dall’alto si osservava soltanto un’immensa distesa di alberi, una delle foreste più fitte del pianeta. Per gli storici e gli archeologi, quel verde infinito sembrava confermare una convinzione radicata: l’Amazzonia era stata abitata da piccoli gruppi di popolazioni sparse, incapaci di costruire grandi città o opere monumentali.

Poi è arrivata una tecnologia in grado di guardare dove l’occhio umano non poteva arrivare, ed è iniziato uno dei più sorprendenti ribaltamenti della storia dell’archeologia.

Tutto è partito da una domanda apparentemente semplice: e se sotto quella foresta ci fosse ancora qualcosa?

Per scoprirlo, un gruppo internazionale di ricercatori ha sorvolato l’Amazzonia occidentale utilizzando il LiDAR (Light Detection and Ranging), un sistema laser che invia milioni di impulsi verso il suolo. Una parte dei raggi attraversa gli spazi tra le foglie, raggiunge il terreno e torna indietro: elaborando questi dati, il computer elimina virtualmente la vegetazione e ricostruisce il paesaggio nascosto.

Quello che è apparso sullo schermo ha lasciato gli studiosi senza parole. Là dove sembrava esserci soltanto foresta, sono emerse forme perfette: cerchi, quadrati, rettangoli, enormi fossati, terrapieni artificiali, strade rettilinee che collegavano un sito all’altro. Non erano fenomeni naturali: erano opere costruite dall’uomo.

Mappe LiDAR di sei geoglifi rettangolari e circolari scoperti nella foresta amazzonica

I ricercatori hanno analizzato circa 4.500 chilometri quadrati di foresta amazzonica. In quell’area hanno identificato 432 strutture archeologiche, ma la sorpresa più grande è che 396 non erano mai state documentate prima. La maggior parte era rimasta invisibile per oltre mille anni, completamente nascosta dalla vegetazione.

A questo punto è emersa una domanda ancora più grande: se in una porzione così piccola di territorio erano presenti centinaia di monumenti, cosa poteva esserci nel resto della foresta?

Per rispondere, gli studiosi hanno costruito modelli statistici basati sulla densità dei siti scoperti. Le stime sono impressionanti: l’antica cultura, chiamata Aquiry, avrebbe occupato un territorio di circa 183.000 chilometri quadrati, un’estensione paragonabile a quella di un intero Stato moderno. E ciò che è stato scoperto finora potrebbe rappresentare solo una piccola parte di ciò che esiste ancora sotto gli alberi.

Mappa della distribuzione dei siti archeologici Aquiry nell'Amazzonia sudoccidentale tra Brasile e Bolivia

Secondo i modelli pubblicati su Nature, l’intera regione potrebbe nascondere oltre 20.000 geoglifi, forse addirittura tra 24.000 e 30.000 strutture artificiali. In altre parole, gli archeologi potrebbero aver individuato soltanto la punta dell’iceberg.

Ma chi erano le persone che hanno costruito tutto questo? È qui che la storia diventa ancora più sorprendente.

Per decenni si è ritenuto che la foresta amazzonica non fosse in grado di sostenere grandi popolazioni. Le nuove analisi raccontano invece un’altra realtà: tra il 100 e il 300 d.C., la civiltà Aquiry potrebbe aver ospitato tra 1,25 e 3 milioni di abitanti, una popolazione enorme, organizzata e distribuita in una rete di comunità collegate tra loro.

Le dimensioni delle opere confermano questa impressione. Alcuni fossati raggiungono 13 metri di larghezza e fino a 5 metri di profondità. I terrapieni formano gigantesche figure geometriche visibili soltanto dall’alto. Il geoglifo più esteso individuato copre quasi 50 ettari, l’equivalente di decine di campi da calcio. Realizzare strutture di queste dimensioni avrebbe richiesto migliaia di persone e un’organizzazione estremamente avanzata.

A questo punto molti potrebbero immaginare città fortificate. Ma gli scavi raccontano qualcosa di diverso: all’interno dei geoglifi sono stati trovati pochissimi resti di abitazioni permanenti. Per questo gli archeologi ritengono che non fossero città nel senso tradizionale, ma probabilmente grandi centri cerimoniali: luoghi destinati a riunioni, rituali religiosi, celebrazioni collettive, decisioni politiche e incontri tra comunità distribuite nella foresta. Le persone vivevano nei villaggi circostanti e si spostavano periodicamente verso questi grandi complessi monumentali.

Anche il paesaggio era molto diverso da quello che immaginiamo oggi. Le popolazioni amazzoniche non si limitavano a vivere nella foresta: la gestivano. Coltivavano mais, manioca, arachidi, fagioli, zucche e peperoncini, favorivano la crescita di alberi da frutto e di specie utili come la noce del Brasile e la palma da pesca. Molti degli ecosistemi che oggi consideriamo “naturali” potrebbero essere il risultato di secoli di intervento umano.

Resta però un mistero: che cosa è accaduto a questa civiltà? Secondo le datazioni disponibili, i geoglifi furono costruiti tra il 600 a.C. e l’850 d.C. circa, e abbandonati nel corso del IX secolo. Le cause non sono ancora note: potrebbero aver contribuito cambiamenti climatici, trasformazioni sociali, migrazioni o altri fattori che gli archeologi stanno ancora cercando di comprendere.

Ed è proprio questo il punto più straordinario della scoperta. Per oltre un secolo si è insegnato che l’Amazzonia fosse una foresta quasi incontaminata, incapace di sostenere grandi società organizzate. Lo studio pubblicato sulla rivista Nature dimostra invece che sotto quella vegetazione si nasconde la testimonianza di una civiltà sofisticata, capace di costruire monumenti, modificare il paesaggio e ospitare milioni di persone.

E la parte più sorprendente è forse questa: gli studiosi sono convinti che la maggior parte della storia sia ancora sepolta sotto gli alberi. Le prossime missioni potrebbero rivelare migliaia di nuovi siti archeologici, costringendoci ancora una volta a riscrivere ciò che pensavamo di sapere sull’Amazzonia e sulle grandi civiltà del passato.

Lo studio completo, «Over 20,000 precolonial earthworks in Southwest Amazonia», è stato pubblicato il 29 luglio 2026 su Nature ed è disponibile qui.

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