Il Cristo morto è un dipinto a tempera su tela (68 × 61 cm) del pittore rinascimentale italiano Andrea Mantegna, conservato alla Pinacoteca di Brera di Milano. Alcuni disegni preparatori conservati al British Museum datano la realizzazione dell’opera tra il 1470 e il 1474, anche se il fatto che il dipinto sia rimasto nascosto per decenni nello studio dell’artista non dà certezze assolute in tal senso.
Artista: Andrea Mantegna
Datazione: 1470–1474 ca.
Tecnica: tempera su tela
Dimensioni: 68 × 61 cm
Conservato a: Pinacoteca di Brera, Milano
Ritrovato per caso dai figli dopo la morte dell’artista, il quadro ha certamente avuto una vita piuttosto complicata: da Mantova finì inizialmente a Roma, per poi approdare in Francia alla corte di Luigi XIV, dai cui eredi fu acquistato e riportato in Italia dal pittore Giuseppe Bossi nel 1807.
Probabilmente concepito per ornare la tomba dello stesso Mantegna all’interno della chiesa di Sant’Andrea a Mantova, il quadro raffigura il corpo di Cristo disteso su un piano di marmo, vegliato dalla Vergine Maria, da San Giovanni e da una terza persona — probabilmente Maria Maddalena — di cui è visibile solo la parte bassa del viso, che piangono per la sua morte.
Mantegna usa magistralmente la tecnica dello scorcio per creare l’illusione prospettica che la figura di Cristo si estenda nello spazio, riuscendo a eliminare ogni distanza con l’osservatore e dandogli la possibilità di entrare direttamente nel dipinto e partecipare al dolore e al dramma che si sta consumando. Si tratta di una rivoluzione rispetto all’iconografia tradizionale della morte di Cristo, il cui corpo era sempre stato mostrato orizzontalmente e in parallelo rispetto all’osservatore, che svolgeva esclusivamente il ruolo di spettatore esterno. Mantegna, inoltre, si affida al chiaroscuro e all’abile gioco di luce e ombre che ne consegue per dare ulteriore forza espressiva all’intensità del momento.

Studi scientifici hanno dimostrato che le dimensioni di Cristo equivalgono alla visuale a una distanza di 25 metri dall’osservatore, mentre per la lastra di marmo questa distanza si riduce a 2 metri. Questo stratagemma si è reso necessario poiché mostrare il corpo in quella prospettiva a una distanza di 2 metri avrebbe reso i piedi così grandi da bloccare tutta la visuale. Per evidenziare la posizione supina di Cristo, Mantegna posiziona la sua fonte di luce sopra la linea di orizzonte, creando l’illusione che l’osservatore stia guardando verso un angolo.
La scena è rappresentata con estremo realismo, senza nessuno spazio all’estetica o all’idealismo, attraverso uno stile violento che, esaltando i dettagli delle figure, descrive al meglio la loro sofferenza fisica ed emotiva. La ridotta variazione di colori utilizzata dall’artista, monopolizzata da diverse sfumature di rosa, grigio e blu, incrementa il senso di dolore che il quadro esprime, assottigliando ulteriormente lo spazio. La tela è costituita da un finissimo intreccio di lino che raffigura il corpo di Cristo da un’angolazione che va dai piedi alla testa.
Sono proprio i piedi, le cui forme e ferite sono dipinte in maniera impeccabile ed evidenziate dalla luce, a far vivere all’osservatore la stessa visione che Maria Maddalena ebbe nel lavare quegli stessi piedi tempo prima con le sue lacrime: “e, stando ai piedi di lui, di dietro, piangendo, cominciò a rigargli di lacrime i piedi; e li asciugava con i suoi capelli; e gli baciava e ribaciava i piedi e li ungeva con l’olio” (Luca 7, 38).
La testa di Gesù, girata leggermente verso la sua sinistra, è dolcemente poggiata su un cuscino rosa, mentre Giovanni lo guarda, Maria tenta di asciugarsi le lacrime con un fazzoletto e la terza persona, con la bocca aperta, sembra emettere un lamento “udibile” all’osservatore. Le facce di Giovanni e Maria, per ricchezza di dettagli, sembrano quasi delle “maschere” sfinite dal dolore.
Il corpo seminudo di Gesù, di cui possono scorgersi anche le parti intime sotto il lenzuolo che lo copre, tende a evidenziare il suo carattere umano e mortale. Il colore pallido del corpo e la sua testa penzolante sembrano averlo privato di ogni sacralità, non facendolo distinguere da come apparirebbe qualsiasi altro corpo morto. L’accessibilità e la vulnerabilità della figura di Cristo devono tuttavia essere lette come possibilità di avvicinarsi a lui sia fisicamente che spiritualmente. Il suo corpo, infatti, nonostante la crocifissione, appare quasi scultoreo nella sua muscolatura intatta, alimentando agli occhi dell’osservatore la speranza per la resurrezione.
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