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Oltre il rumore, riveliamo ciò che conta davvero.

Considerata l’opera regina del pittore olandese Vincent van Gogh, “La Notte Stellata”, dipinta tra il 16 e il 18 giugno 1889, descrive chiaramente, con una potente chiave interpretativa interiore propria dell’artista, la vista notturna che egli poteva ammirare dalla sua camera dell’ospedale psichiatrico St. Paul de Mausole di Saint-Rémy-de-Provence (Francia), dove l’artista si era ricoverato volontariamente. Il ricovero in ospedale segue un furibondo litigio che il pittore ebbe con il suo celebre collega e amico Paul Gauguin, con il quale condivideva la famosa casa gialla di Arles. A seguito del litigio, preso dall’ansia, Van Gogh si automutilò tagliandosi una parte dell’orecchio.

Il quadro viene quindi realizzato in uno dei più forti periodi di sofferenza psichica dell’artista che purtroppo morirà suicida l’anno dopo. Nel dipinto convivono elementi che lui poteva osservare direttamente ed elementi che fanno parte del bagaglio dei ricordi del pittore e che si combinano come un potente e complesso puzzle immaginario. In una lettera che anticipa l’opera inviata all’amico Emile Bernard nel 1888, Van Gogh scriveva: “L’immaginazione è certamente una facoltà che noi dobbiamo sviluppare e che da sola può condurci alla creazione di una realtà più esaltante e consolante rispetto a quanto un singolo breve sguardo alla realtà che ai nostri occhi cambia in continuazione passando come un lampo di luce può farci percepire. Una notte stellata ad esempio – guarda, questo è proprio quello che dovrei fare”.

Nella composizione del quadro il cielo riempie più della metà dello spazio della tela, mentre il resto è occupato dal borgo e dalle colline che lo circondano. Il cielo è denso di nuvole che si muovono vorticosamente, stelle lucenti ed una luminosa luna crescente. È evidente un grande contrasto tra il caos del cielo e la quiete del villaggio che rappresenta anche il contrasto interiore del pittore. Il cipresso a sinistra crea un fiammeggiante collegamento tra terra e cielo che contribuisce a dare al dipinto un senso di eternità e una dimensione surreale, come affermato dallo stesso Van Gogh in una lettera al fratello in cui ammette “esagerazioni nella composizione del quadro”.

Il campanile, che ricorda lo stile dei campanili olandesi, esprime nostalgia verso la terra natìa unitamente ad un senso di grandezza e, allo stesso tempo, di isolamento e solitudine. Sia il cipresso che il campanile si allungano a toccare il cielo come manifestazione del rapporto tra uomo e infinito. In questo senso l’opera segna l’evolversi dello stile artistico del pittore che sembra abbandonare l’impressionismo per passare ad una rappresentazione della realtà in cui la simbologia gioca un ruolo fondamentale. Le forme sagomate del quadro sono esse stesse mezzi di espressione di emozioni come, ad esempio, l’oscurità del cielo che rappresenta la lotta interiore del pittore per superare la malattia mentale e le luci accese delle abitazioni altrimenti cupe che altresì trasmettono un senso di speranza.

L’uso del bianco e del giallo di Van Gogh crea un effetto a spirale che indirizza l’attenzione di chi ammira l’opera verso il cielo. Alcuni studiosi, tuttavia, riconducono la dominanza dell’uso del giallo da parte di Van Gogh (in questo e nei suoi ultimi lavori) come diretta conseguenza di un avvelenamento da piombo di cui era stato vittima il pittore o di una particolare tipologia di disturbo del cervello che spiegherebbe un uso alquanto anomalo dei colori che diventano puri, violenti, contrastanti tra loro, privi di gradazioni sfumate e passaggi tonali. Sembra quasi che una qualche forma di energia magica sospinga il movimento delle nuvole mentre tra i vortici terrorizzanti del cielo notturno, solo gli astri si presentano come punti fermi e, dunque, come elementi attorno ai quali possono gravitare il colore ed il pensiero. In ultima analisi, il contrasto di stili e colori alimenta la contrapposizione tra naturale e innaturale, tra sogno e realtà.

Alcuni studiosi riconducono il dipinto anche ad una dimensione religiosa con un collegamento chiaro al vecchio testamento (Genesi 37:9) quando Giuseppe afferma “Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò al padre e ai fratelli e disse: ho fatto ancora un sogno, sentite… il sole, la luna e undici stelle si prostrarono davanti a me”, volendo chiaramente esprimere l’auspicio e la speranza di Van Gogh che un giorno, dopo la guarigione, la sua famiglia si potesse rivolgere a lui come un’autorità, ricredendosi sui dubbi espressi (ad eccezione del fratello) sulla carriera che Vincent aveva intrapreso.